Editoriale del 21 settembre 2026
Francesco Negro e Carlo Melodia
Dovrebbe, sembra un ordine!
È l’aspetto più antitetico al mio pensiero che crede assolutamente nella libertà e nella possibilità di scelta.
Quindi, dovrebbe è provocatorio.
Se avessi scritto vorrebbe, avrei messo in evidenza un qualcosa di nascosto che, non deve essere rivelato, la presenza di una crisi, momento fondamentale, quando il puntamento dell’arco, perché tale è crisi in greco, krisis fa modificare la direzione della freccia.
La retrocopertina di un mio testo mostra una conosciutissima opera di Caspar Friedrich, il famoso pittore romantico, Viandante in un mare di nebbia.
La figura di spalle, la ruchfigure, sta osservando dalla cima si una montagna, appoggiato a un bastone che conferma la fatica dell’ascesa, per la quale ha utilizzato il mezzo, il bastone.
Cosa guarda?
Un mare di nebbia che copre una valle e si sperde fino all’orizzonte di un cielo infinito.
È una crisi e un desiderio di conoscenza.
Cosa c’è lì, sotto la nebbia, cosa c’è lì in fondo?
Il medico, pur essendo uno scienziato, esiste perché c’è qualcuno che gli chiede aiuto e che vuole essere ascoltato!
Ecco allora la differenza tra dovrebbe o vorrebbe.
Se dovrebbe è l’invito a sapere qualcosa che non si conosce o verificare se è giusto quello che conosco, quindi una necessità quasi egoistica, un qualcosa che riguarda me… vorrebbe, ha in sé l’altro.
Cioè una spinta morale che porta alla domanda: è sufficiente quello che faccio e quello che so, o potrei fare di più?
La simbolica ruchfiguredi Friedrich, nella sua solitudine, appare egoista.
Ha faticato per scalare, ora il sapere, anche se avvolto nella nebbia, è solo suo.
Se ora guardiamo la copertina del libro, un mio scritto: In viaggio con Hahnemamm, vediamo una figura che si mostra, ci guarda con un sorriso bonario appena abbozzato.
La penna nella mano indica una fatica di scrittura e di studio, confermato dai libri sottostanti.
È Samuel Hahnemann, il fondatore dell’omeopatia.
Perché in un momento di progresso tecnologico della medicina, il medico vuole conoscere una medicina nata nel 1796?
E perché proprio questa e non altre terapie anche molto più antiche?
L’omeopatia, per numero di utilizzatori, è la seconda terapia nel mondo[1].
Rispetto a tutte le altre antiche discipline, soprattutto orientali, ha in comune con la medicina accademica di essere analitica e non analogica.
Questa già è un’affinità di pensiero con il mondo scientifico tradizionale. ’ riuscita a superare la prova del tempo anche se, molti, fin dalla nascita la davano per. spacciata in breve tempo.
Le scoperte moderne, dalle nano particelle a molti aspetti della quantistica stanno confermando che, l’intuizione di Hahnemann di dinamizzare, dare forza con la succussione (dinamizzazione) alla diluizione, ha una sua verità.
La memoria del diluito non si perde… le piccole dosi ultra-diluite mostrano come la qualità, possa essere più importante della quantità.
La radiazione di Hawking sull’orizzonte degli eventi di un buco nero conserva la sua memoria.
Ipotesi da dimostrare come molte altre, ma certo di suggestivo interesse per indicare come qualunque fenomeno non perda di significato, come del resto, secondo l’epigenetica la memorizzazione da parte del RNA di ogni stress al quale siamo sottoposti.
L’effetto della dinamizzazione di Hahnemann sembra trovare conferma.
L’omeopatia utilizza piccole dosi ultra-diluite, ma conserva l’immagine delle molecole disciolte.
L’omeopatia non è magia, né suggestione!
Lo dimostra la sua applicazione in veterinaria e in neonatologia.
Tutto questo, che fa riflettere il medico che ama studiare le diverse branche della scienza in un insieme diverso, può aver spinto a voler studiare l’omeopatia.
Ma questa non è l’unica ragione.
La recente pandemia ha portato novità non solo terapeutiche, ma anche per la gestione del fenomeno.
I distanziamenti hanno creato solitudine.
La credibilità del paziente verso i farmaci è diminuita e l’industria, per conservare il fatturato, li ha spesso sostituiti con integratori[2], molto spesso inutili, che si nascondono sotto l’aspetto accattivante di prodotti naturali.
Perché allora, si chiede il medico, perché non andare all’origine?
Voglio sapere che cosa è l’omeopatia.
Per voler studiare l’omeopatia, perennemente attaccata dai media, essendo un medico tradizionale, ci vuole coraggio.
Si devono eliminare i pregiudizi che fanno parte di quel pensiero unico che interessa trasversalmente la nostra società.
Se ragioni diversamente rispetto a un correct che vigila su tutto, diventi un nemico.
Le mie considerazioni come medico, si rivolgono soprattutto al paziente che, di questa guerra, che dura da oltre centonovant’anni, è la vera vittima.
In realtà esiste un dogmatismo con poche aperture da parte di entrambi i contendenti, l’uomo usato come mezzo, come campo di battaglia, certamente non come fine, sottrae alla medicina l’imperativo categorico che dovrebbe portare all’amore.
Se c’è un amore, questo deve essere solo per la conoscenza pura.
La lotta, diventata omeofobia, sembra essere, spesso, fine a sé stessa, in nome della supremazia del proprio sapere.
La medicina è qualcosa di più!
A creare la divisione tra omeopatia e allopatia, è stato lo stesso Hahnemann, conoscitore di numerose lingue.
È lui che conia i due etimi, per la medicina dei simili e quella dei contrari.
Le due tipologie di cura, similia similibus curantur e contraria contrariis curantur, vengono da Ippocrate che le usava non in contrapposizione, ma secondo un’indicazione preferenziale in quella specifica circostanza clinica.
La medicina, infatti, è una!
Hahnemann dà forza all’omeopatia opponendola all’allopatia modificando addirittura curentur piuttosto che l’ippocratico curantur.
Indicando così, come sia un dovere usare l’omeopatia.
Hahnemann, difendeva la sua intuizione e quasi non voleva ammettere alcun’altra origine di scoperta se non la sua!
Non è corretto ma è umano!
Nella sua opera principale Organon della medicina razionale, poi dalla seconda edizione Organon dell’arte del guarire, scrive nel primo paragrafo:
Compito più alto del medico è curare il malato, ovvero come si dice guarirlo.
La medicina dei simili ha come conseguenza l’individualità, la singolarità della persona.
Il medico deve conoscere il malato, ascoltarlo, trovare la terapia per lui e solo per lui, inserendo lo studio di come quella malattia si manifesta in questo individuo, che le dà le proprie caratteristiche che spiegano il perché si è manifestata.
Torniamo alla copertina del mio libro, In viaggio con Hahnemann.
È il medico che ci guarda, che vuole sapere chi sono, come mi sento, è lui che mi ascolta e mi fa parlare.
Sono una singolarità non il clone di una malattia.
Sono un’opera d’arte.
Come un quadro che non è un qualcosa di solo materico, piuttosto sollecitazione di sentimenti, emozioni, empatia.
Certo, il quadro si studia con tutte le tecniche più moderne, capaci anche di farmi vedere le intenzioni iniziali dell’artista.
Ma c’è altro!
Una TAC, fondamentale per la diagnosi e la successiva terapia, è una fotografia che non esprime il sentimento di quell’individuo.
Mio padre Antonio che, nel dopo Seconda guerra mondiale ha contribuito alla rinascita di una omeopatia moribonda disse che:
l’omeopatia deve essere ippocratica, hahnemanniana e accademica.
I primi due punti li ho già descritti, il terzo, accademica è un’evoluzione.
L’omeopatia deve essere insegnata e deve dialogare con l’Accademia.
È un grande balzo in avanti, non una contrapposizione ma un dialogo fatto di acquisizioni reciproche.
Il medico sente che qualcosa manca, non è completo senza aumentare la relazione con l’altro, deve ampliare la consapevolezza terapeutica, facendola diventare una terapeia, un qualcosa che pur comprendendo la tecnologia, va oltre…
Saper oscillare tra curiosità e dubbio, usare scienza e coscienza nella scelta della terapia che, deve essere sempre la più indicata, qualunque essa sia, per quel paziente in quel determinato momento.
L’omeopatia è scienza medica che, solo il medico può praticare dopo aver verificato se c’è l’indicazione con la diagnosi differenziale.
Se eliminiamo gli etimi creati da Hahnemann, cioè omeopatia e allopatia, ci appaiono un medico e un paziente, che non si deve solo curare ma del quale ci si deve prendere cura.
Nasce la cura della persona…
Queste, credo siano le ragioni per cui un medico sceglie di studiare l’omeopatia senza mai dimenticare le ragioni che lo fanno essere medico.
Caro Francesco,
la tua aspirazione, già esplicitata dal Professore Antonio, è sacrosanta.
Il richiamo ad Ippocrate vuole significare proprio l’unicità della medicina nei fini della stessa e nei paradigmi tesi a mettere in campo la migliore possibilità terapeutica per il “fratello malato”.
Ma la scissione successiva alla dottrina ippocratica surrogata nella semplificazione della malattia è stata rafforzata proprio dal positivismo scientifico disallineato con la finalità dell’arte medica come sancita dal Maestro.
Il tutto forzando la visione del malato e surrogandola nella distrettualità di una malattia descritta sui sintomi comuni di osservazioni precedenti ed esemplificata, secondo parametri scientifici, in una nosografia che si limita ad una descrizione di un artefatto, perdendo così di vista proprio la storicità del soggetto della medicina: il malato.
Quel soggetto che raccoglie in sé, come più volte ricordato l’esclusività della sofferenza.
L’equivoco scientifico sta proprio nel dare alla scienza, a questo tipo di paradigma scientifico, delle potenzialità che non le appartengono.
La scienza interpreta e analizza gli oggetti in modo lineare.
Mentre l’uomo è soggetto complesso nella sua unicità di corpo, mente, relazioni ed evoluzione nell’adattamento.
Oggi il termine scienza o scientifico, senza specificarne il metodo di utilizzo in biologia, diventa astrattamente, solo a citarlo, una verità inconfutabile che domina il campo della medicina: anche se in realtà questa scienza analitica può essere legata soprattutto ai mezzi scientifici di diagnosi, molto raffinati e nella chirurgia; piuttosto che come indagine clinica del soggetto malato..
Un odontoiatra mi chiese tempo fa, con rispetto e curiosità, se l’omeopatia fosse una medicina dell’evidenza (?).
No, risposi!
Non è possibile metodologicamente tramutare il malato nei termini ristretti della malattia in un rapporto biunivoco con il farmaco come si fa nella medicina convenzionale!
È come quando il paziente interrogata l’AI su un certo rimedio a lui prescritto scopre che la risposta contiene l’avvertimento della non scientificità di quanto si sta parlando?
È chiaro che, in verità, quell’avvertimento della AI risulta corretto nei termini di una visione ridotta della scienza della medicina che si affida ai rapporti lineari tra terapia e fisiopatologia della malattia…
…non essendo capace, questa scienza, metodologicamente, di intercettare il malato per altra via se non con i contrari che agiscono sulla evidenza della reazione diagnosticata con il termine nosografico.
Cosa possibile invece nella impalcatura della ricerca omeopatica basata sul principio di similitudine.
Principio di similitudine, conosciuto da sempre in medicina in termini empirici.
Questo empirismo fu poi razionalizzato proprio da Hahnemann, padre della medicina omeopatica, attraverso il metodo sperimentale con la verifica di queste droghe sottoposte a esperimento sull’uomo sano per studiarne le proprietà e verificarle attraverso la guarigione del malato secondo similitudine.
Il tutto quindi, parlando di principi, esperimento e verifica, proprio in analogia con il metodo scientifico… ma questa volta al servizio del malato e non una scienza calibrata linearmente sulla malattia
Quando si parla di medicina dell’evidenza in realtà il termine scientifico diventa effettivamente irrinunciabile.
Ma proprio qui si nasconde l’equivoco e il limite della applicazione lineare o biunivoca sul parametro fisiologico della malattia!
… è qui che si perde di vista il malato che non riesce ad essere intercettato e non poteva essere altrimenti, proprio da questa visione scientifica lineare che si riduce ad una visione descrittiva di parametri che perdono di vista l’illness.
Nel caso della scienza omeopatica, come dimostrato nel tempo e nella espansione di questa medicina, l’esperimento in un solo momento di conoscenza del malato e del rimedio sperimentato, ha dato risultati di stabilità dei rimedi omeopatici nel tempo; come osservato in modo acuto dal Professore Antonio Negro nel 1984 in conferenza presso l’Istituto Superiore di Sanità!
https://www.luimo.org/news-luimo/un-passaggio-storico
Quando fu chiesto ad Antonio Negro come mai l’impianto dell’omeopatia non fosse quindi entrato ancora nell’ambito della medicina ufficiale (termine dell’epoca) tuo padre rispose in sintesi:
–per la resistenza di un sistema socioeconomico consolidato
-per la resistenza di un linguaggio che non riesce comprendere la terminologia di altri linguaggi e quindi rifiuta l’altro paradigma; oppure chiede di darne conto e spiegazione attraverso la rigidità del proprio linguaggio (medicina ufficiale), cosa impossibile in termini metodologici
-Infine, Antonio Negro prospettò un percorso parallelo delle due visioni in medicina fino a che esse non troveranno un punto comune di intersezione unificante…
Nel frattempo, aggiunse Negro, in quella conferenza, molti medici convenzionali e le loro famiglie continueranno a curarsi con la medicina omeopatica, in modo discreto e riservato…
Carlo Melodia
[1] Le statistiche parlano di oltre 600 milioni di cittadini che si rivolgono alla medicina omeopatica nel mondo e a oltre 500 mila medici che la praticano nel mondo.
[2] Ricordiamo che gli integratori alimentari sono in libera vendita e non vengono controllati direttamente dall’AIFA anche se vengono pubblicizzati “claim” come attivi in determinate circostanze cliniche. D’altra parte il medico che li prescrive non ha l’obbligo di conoscere la implicita farmacodinamica e farmacocinetica dell’integratore e si affida alle notizie fornite dagli informatori scientifici.